Ho cominciato a pensare a questa mappa qualche mese fa, ma nella mia testa era ancora tutto parecchio confuso. Mi stavo facendo moltissime domande: come trovare la chiave giusta per comunicare il cambiamento climatico? Perché la gente non si interessa? Cosa posso fare io? Perché siamo tutti bloccati? Frustrazione a mille.
Ho osservato e letto moltissimo sull’argomento e volevo veramente trovare una chiave di lettura semplice del problema e della sua possibile risoluzione. Ho così identificato tre nodi principali nella comunicazione del cambiamento climatico:
- Nei libri si tratta la problematica partendo da lontano, con molte premesse e molti dettagli. Questo va assolutamente bene ma si rivolge a un target di persone molto consapevoli e interessate;
- I libri forniscono delle soluzioni che lasciano il lettore con la domanda: “ok, tutto giusto, ma io cosa posso fare?”. Il risultato è di avere la conoscenza ma non gli strumenti per poter fare qualcosa. Continuamente ci viene detto: “Il clima sta cambiando! Dobbiamo fare qualcosa!” Ok, ma cosa? E come?;
- La comunicazione sul cambiamento climatico è stata ed è intrisa di sensi di colpa, giudizi che hanno portato le persone a generare un rifiuto e anche una divisione netta, provocando l’effetto contrario.
Quando si parla di cambiamento climatico con chi ci sta a fianco si sente subito l’irrigidimento: è un argomento molto scomodo, si passa per l’attivista di turno oppure si viene derisi con la solita frase “ma tanto non si riuscirà a cambiare niente, che cosa ci devi fare”. La rassegnazione, come nell’ultima frase, è scoraggiante.
L’altro sentimento che vedo è quello della speranza che qualcuno magicamente – non si sa chi – possa risolvere tutti i nostri problemi. Il leader con il carisma giusto e la ricetta speciale per mantenere lo status quo ma salvarci tutti. Ecco un elenco dei punti critici delle masse che bloccano il cambio che ci serve:
- Poco o nullo interesse nell’approfondire
- Ritenere che la questione non tocchi l’interesse personale
- Mancanza nel vedere con i propri occhi (o subire) un reale peggioramento
- Generale benessere che non spinge le persone a chiedere un cambiamento.
Ci hanno condotto in un modo o nell’altro all’immobilismo, all’inattività. Ci abbiamo rinunciato per mancanza di fiducia, per mancanza di tempo. Ora però non è più permesso rimanere immobili, c’è da fare.
Quindi mi sono chiesta: come posso spiegare una cosa così complessa con uno strumento semplice?
Mi sono ricordata di come il nostro cervello ha più facilità a ricordarsi le immagini, i colori, le tappe. Gli argomenti sono più accessibili se li mettiamo in una mappa visiva o in un’infografica invece di un lineare punto elenco.
Da qui l’idea di usare una mappa e un’infografica che spieghi da dove partono le cause del cambiamento climatico, fornendo la soluzione per poter innescare il cambiamento.
La mappa e l’infografica: tutto parte dal consumo
Per creare una mappa e un’infografica è necessario stabilire un punto di partenza del ragionamento. Cosa ha causato il cambiamento climatico e l’inquinamento? Sarebbe spontaneo rispondere con una serie di dettagli puntuali: le guerre, la CO2, la plastica, e così via. Ma non sono il punto di partenza corretto. Bisogna ancora andare indietro e farsi un’altra domanda: qual è l’azione che ha scatenato tutto?
La risposta è che, piaccia o no, è proprio il CONSUMO. Tutto parte dal consumo. Con un sottotitolo che accende una speranza: “Tutto può ripartire insieme“.
Il ragionamento si sviluppa su 11 snodi e 5 domande intermedie, partendo appunto dalla causa, proseguendo con la netta conseguenza dell’iper consumo (02). Arriva la prima domanda: perché, nonostante l’evidenza, continuiamo a produrre?
La risposta è il sistema economico in cui siamo coinvolti – l’ho chiamato giostra – (03) e il meccanismo per farlo rimanere sempre in piedi (04). Si arriva alla realtà dei fatti: questo meccanismo è stato concepito pensando – o comunque ignorando – che non servissero risorse per mantenerlo (05).
Che fare quindi? L’unica soluzione è che va cambiato il sistema economico adottando un’economia di equilibrio o sufficienza (06). Non possiamo smettere di consumare totalmente ma non possiamo farlo in modo eccessivo. Il problema è che siamo continuamente “ricattati” da un sistema che si è logorato nel tempo, trasformandoci in consumatori accaniti (07). Però è necessario cambiare, dobbiamo farlo, ormai non possiamo più perdere tempo.
Ma chi sono gli attori di un possibile cambiamento? Individui e famiglie, comunità, imprese e decisori politici (08). Siccome siamo stati ormai abituati a delegare tutto, la domanda sorge spontanea: i decisori politici stanno attuando dei cambiamenti che ci consentano un cambio di rotta efficace? Al momento no, purtroppo. Non è cinismo, è realtà. Le poche cose che stanno facendo non sono sufficienti e quelle realmente impattanti metterebbero a rischio consenso e accordi con aziende potenti (09).
Qual è allora l’attore più importante per il cambiamento? Sono le comunità, aggregate in varia forma (10). Le comunità possono, attraverso delle azioni di comunità, realmente agire dal basso e innescare un cambiamento, creando le condizioni di prosperità e non crescita (11).
È doveroso indicare che questa mappa si riferisce al cosiddetto “Occidente“, quella parte di popolazione che in questo momento vive nell’ultra-benessere, che consuma oltre il necessario.
Nelle due immagini sottostanti si può vedere:
- L‘infografica (download qui)
- La mappa più estesa è consultabile a questo link. Da smartphone chiede di installare l’app gratuita Ayoa. Si consiglia vivamente la visione da desktop per accedere alle note interne. In questo caso non viene richiesta nessuna installazione. Per scaricare la mappa in PDF (senza le note di approfondimento) cliccare qui.


Gli snodi critici
Se alcuni snodi possono sembrare ovvi – inquinamento, CO2, scarsità delle risorse – altri possono sembrare critici e sollevare non pochi dubbi. Qui di seguito quelli che ritengo possano essere conflittuali, con una spiegazione aggiuntiva.
Snodo 05: decoupling non sufficiente
Spiego il decoupling o disaccoppiamento con un esempio pratico: se due variabili sono accoppiate, quando una cresce anche l’altra lo fa, nel caso del disaccoppiamento ciò non accade. Per completare la definizione è giusto aggiungere che il disaccoppiamento può essere relativo o assoluto. Relativo significa che le due variabili evolvono nella stessa direzione ma non alla stessa velocità, assoluto invece quando le variabili evolvono nella direzione opposta.
Quando si parla di decoupling sull’ambiente significa che se c’è una crescita nella produzione (quindi l’elemento necessario in un’economia di crescita), si ha una diminuzione delle emissioni di CO2. Questa è stata la speranza dagli anni ’90 fino ad oggi: confidare che innovazione tecnologica e revisione dei processi produttivi avrebbero portato a una diminuzione delle emissioni.
Nel corso degli anni ci sono stati effettivamente dei momenti, in alcuni Stati, di comparsa di decoupling. Purtroppo sono stati degli episodi brevi e negli ultimi anni non ci sono state evidenze di decoupling. In letteratura ci sono moltissimi studi con i dati che dimostrano che ciò non sta avvenendo (ne cito uno: “AA. VV. Decoupling Debunked: Evidence and arguments against green growth as a sole strategy for sustainability, European Environmental Bureau, luglio 2019“).
Snodo 09: i decisori politici non agiscono
La politica non sta risolvendo i problemi del cambiamento climatico. Sì, perché non sta attuando politiche di impatto per farci uscire dal sistema di crescita, unica via per poter avere la speranza di invertire la rotta dell’innalzamento delle temperature. Le azioni che stanno facendo sono solo puntuali e non sistemiche.
Può sembrare qualunquismo? No, è un dato di fatto. Prova veramente a farci caso: stiamo assistendo in tutto il mondo a un generale immobilismo della politica e del mantenimento dello status quo. La cosa che mi rattrista è che della politica noi abbiamo bisogno per poter attuare quella serie di riforme strutturali di cui necessitiamo (reddito di base, chiusura di paradisi fiscali, divieto della pubblicità in luoghi pubblici e ai minori e così via). La mia non è una chiusura netta, ma un grido di dolore.
Snodo 10: la comunità è l’attore decisivo del cambiamento
Negli anni ci hanno inserito poco alla volta nel meccanismo per cui è necessario lavorare e consumare. Da persone siamo diventati semplici consumatori, dimenticandoci dell’altro. Lavoriamo tutto il giorno, siamo immersi in infinite attività, una dietro l’altra, senza sosta e non ci chiediamo più il senso di tutto quello che facciamo. Riempiamo micro spazi vuoti nell’arco della giornata.
Le persone credono che sia la politica a dover trovare soluzioni e invece – arrivati a questo punto – siamo noi, comunità, che ci dobbiamo impegnare a co-creare insieme agli altri. Dobbiamo re-imparare ad accorgerci che c’è un altro, che ha bisogno di una mano, a ri-occupare gli spazi pubblici con iniziative che hanno un impatto nel sociale. Però non possiamo delegare questo impegno e per partire ha bisogno di un innesco di energia gratuita, genuina, generosa, libera da interessi politici. La nostra energia.
Le comunità sono la colonna portante di ogni trasformazione, possono diventare lo “zoccolo duro” per imporre un cambiamento e soprattutto – se libere da influenze partitiche – sopravvivono all’alternanza delle elezioni e dei cambi politici.
La coesione sociale genera anche potere dal basso che può spingere ad azioni concrete la politica. La comunità diventa il livello in cui la democrazia diretta, attraverso le azioni di comunità, è possibile e si fa concreta.
Penso che a questo tu ti chiederai: quali azioni dovrebbero fare per cambiare? C’è una risposta, prosegui nella lettura.
La conclusione è un punto di partenza
La mappa e l’infografica terminano con le comunità che diventano l’attore principale per un cambiamento. Ma perché e come? Le azioni che le comunità possono fare, all’interno dei propri territori, sono azioni a basso impatto di CO2. Quello che si può fare genera impatti positivi nei luoghi che abitiamo.
Abbiamo il compito di creare economie sociali di comunità che avviino le condizioni di prosperità (e non di crescita) attraverso la costruzione civile.
Siamo portati a credere che queste azioni non esistano, oppure siano difficili. Invece non è così: nel mondo ci sono centinaia di esempi di comunità che stanno lavorando in questa direzione. Basta avere la voglia e il coraggio di iniziare.
L’ultimo blocco di questa mappa non è una fine ma un punto di partenza per lo sviluppo di un progetto più grande. La domanda che sorge spontanea è: “Come si organizzano le comunità?”. Non lascerò questa domanda in sospeso perché sarà la tappa di uno step successivo che inizierà non appena questo articolo sarà concluso (se stai leggendo queste righe, è già in corso).
Ecco la road map completa del progetto:
01. Creazione infografica e mappa: per orientarsi nel rapporto problema-soluzione del cambiamento climatico.
02. Creazione di una mappa delle azioni di comunità: una raccolta di azioni pratiche che possono essere fatte, anche da subito, nella propria comunità di riferimento.
03. Toolkit di comunità: una guida pratica per creare azioni di comunità in base alle proprie esigenze di tempo, di impatto generato.
04. Road to 3,5%: un riconoscimento gratuito e libero per rendere evidente a tutti l’impegno di comunità. Perché 3,5%? Non è un traguardo da partito ma, secondo le ricerche di Erica Chenoweth sulla resistenza civile, nessuna campagna che ha coinvolto attivamente almeno il 3,5% della popolazione ha fallito. Non sarà il nome definitivo, il percorso – fatto insieme alla comunità – suggerirà il modo giusto per comunicarlo.

Infine, alcuni elementi doverosi sul significato di questa mappa.
Per chi è questa mappa
È per chi ha intuito che c’è qualcosa che non torna, dove si è già formata una crepa, necessaria per abbattere il muro e vedere cosa c’è oltre. Con il cuore aperto.
Presuppone che ci sia una domanda aperta, c’è un chiedersi “Ma io cosa posso fare?“.
Da inguaribile ottimista c’è anche la speranza di poter far breccia anche tra i poco convinti e gli scettici o tra quelli che “Ormai non c’è più nulla da fare“.
Se sei già centratissimo sull’argomento allora ti interesserà solo il ragionamento finale e quello che verrà dopo nei prossimi step.
Come leggere questa mappa/infografica
Ho creato due strumenti che raccontano la stessa cosa ma in una modalità diversa:
- Un’infografica: è la via più semplice e immediata per avere sottomano, velocemente, il quadro del problema-soluzione. È volutamente semplice, condensata, limitata agli aspetti più importanti e decisivi. Conosco il problema nella sua interezza ma avrei complicato tutto se avessi cominciato a inserire troppi dettagli. Avrebbe perso la praticità di consultazione che avevo in mente.
- Una mappa mentale: è l’approfondimento dell’infografica, con lo sviluppo di ogni tematica, i consigli di lettura e alcune citazioni di autori. Si può esplorare, cliccare, seguendo il filone centrale lineare, numerato per non perdere il filo. Sotto il filone centrale ci sono tutti i consigli di lettura, sopra le citazioni.
Entrambi gli strumenti sono pubblici e distribuiti in creative commons Attribuzione Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale (CC BY-NC-ND 4.0).
Cosa non è questa mappa
Ci tengo molto a sottolineare che questa mappa non ha un indirizzo ideologico/partitico, non appoggia nessun partito e non nasconde ideologie. È una mappa che si basa sui fatti e contiene al suo interno una proposta di azione. Questa azione non è e non sarà mai la base di una mia qualsiasi candidatura politica, né la fondazione di un partito. È un lavoro che ho fatto nel mio tempo non lavorativo, in una forma di gratuitismo e di generosità, atto per me fondamentale e base del mio ragionamento.
Non ho voluto togliere importanza a un problema molto grande ma cercare di rendere accessibile un sistema dinamico complesso, dove ogni leva è legata a un’altra, dove ogni movimento genera conseguenza in tutto il sistema.
Risposte alle domande più frequenti
- Perché non hai inserito le guerre come causa delle emissioni? La maggioranza delle guerre attualmente presenti hanno come causa scatenante l’economia, il predominio di uno Stato sull’altro per le risorse e per il potere. Quindi il consumo.
- Non è colpa mia ma della Cina, dell’India ecc… A noi mettono il tappo attaccato sulla bottiglia di plastica e ci sono paesi che inquinano più di noi… Credo che questo sia il commento che ho sentito e letto più spesso. Di pancia penso sia naturale pensarla così. Quando si comincia a grattare la superficie invece si comincia a vedere tutta un’altra realtà. Un colonialismo europeo, americano e cinese verso il Sud del Mondo, con un estrattivismo che non ha solo un problema di emissioni ma anche di perdita di biodiversità. Per il nostro benessere – quello occidentale – abbiamo eroso risorse in altri paesi. Io non trovo corretto questo comportamento. E sono i nostri continui acquisti, a basso costo ma alto impatto ambientale, a far continuare questa giostra estrattiva. Ma le conseguenze non sono solo sugli altri, ma anche su di noi. E soprattutto c’è questa realtà: esaurite le risorse, non c’è un altro Sud del Mondo.
- Perché mi dovrei interessare e rinunciare al mio benessere? È una questione di consapevolezza. Si compra ciò che non ci serve per essere felici, per dimostrare a qualcuno di avere accesso a un bene di lusso, perché per essere accettati nella società è necessario cambiare vestiti, trucco, auto ecc… Quindi quel “benessere” a chi risponde realmente? Domande complesse ma che val la pena farsi.
- Io morirò fra poco, perché dovrei rinunciare al mio benessere? Questa è una scelta personale e la rispetto. Non tutti parteciperanno, ed è fisiologico che sia così: nessun cambiamento ha mai avuto bisogno dell’unanimità. Serve una massa critica di persone attive, non la totalità. Se non è il tuo momento, va bene. Questa mappa resta qui, e non ha scadenza.
- Se le temperature aumentano, metterò il climatizzatore, non c’è problema. Il climatizzatore può risolvere il problema nelle proprie abitazioni (sempre che ci sia energia ad alimentarlo e risorse per costruirlo) ma con un clima in cambiamento la conseguenza sarà sulla nostra alimentazione: cosa mangeremo? La risposta non è un’agricoltura tropicale…
- Il problema sono le aziende che cosa c’entro io? In questo momento le aziende esistono e fanno quello che i clienti vogliono, cioè noi. Quindi la scelta parte sempre da noi. Possiamo orientare il mercato e decidere che certe cose proprio non le vogliamo, non servono perché ci fanno danno.
- Il problema è la finanza, noi non possiamo fare niente. La finanza è parte del problema, non lo nego. Per cambiarla abbiamo bisogno che intervengano i decisori politici. Ma i decisori politici non agiscono se non glielo chiediamo noi. Da qui il potere delle comunità.
- Dovremmo tornare alla preistoria? No, non serve tornare indietro, abbiamo solo bisogno di evolverci in un modo in cui possiamo vivere in prosperità, rispettando il luogo in cui abbiamo avuto la fortuna di nascere, contribuendo alla sua salvaguardia. Si può fare.
Dove finisce la mappa
Hai ben compreso che la chiave di tutto è il consumo e la paura più grande di tutti è che interrompendo il ciclo di crescita tutti diventeremo più poveri e tristi, saremo senza lavoro. Non è assolutamente così, si può avere un’altra economia. Questa economia ha dei nomi e autori importanti che l’hanno studiata: “Economia della ciambella” di Kate Raworth, “Prosperità senza crescita” di Tim Jackson, Comunismo della decrescita di Saito Kohei (inserito nel “Il Capitale nell’Antropocene”), Economia di sufficienza di cui parla Timothée Parrique. Le alternative ci sono e sono solide, con dei numeri a loro supporto.
Chiudo con una citazione di Henry David Thoreau: “Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno”.
